Gridelli: “Farmaci intelligenti migliorano cura del tumore”

4 giugno 2014

“Nell’ambito del tumore del polmone e in particolare nei carcinomi polmonari non a piccole cellule (NSCLC), che ne rappresentano circa l’85%, aumentano i pazienti che possono beneficiare di terapie con farmaci “intelligenti” a bersaglio molecolare” – sottolinea Cesare Gridelli, Direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Azienda Ospedaliera S.G. Moscati di Avellino e Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Toracica (AIOT). Circa il 15% dei NSCLC, presenta una mutazione genetica del gene recettore EGFR (fattore di crescita con cui proliferano e si accrescono i tumori) che li rende suscettibili ai farmaci biologici come gefitinib, erlotinib e afatinib. “La buona notizia dall’ASCO” – dice Gridelli – “è che rispetto alla chemioterapia il farmaco più recente, l’afatinib, ha dimostrato un vantaggio anche in sopravvivenza quando dato come primo trattamento. Per le alterazioni genetiche che interessano il gene ALK (riguarda globalmente il 5% dei NSCLC) esiste già un farmaco biologico efficace: il crizotinib. Altra buona notizia – continua Gridelli – è che per i pazienti in cui il crizotinib non è più efficace vi è un altro farmaco di ultima generazione che funziona e che si chiama ceratinib”. Ma le novità più interessanti proprio per aumentare la percentuale di pazienti trattabili con farmaci biomolecolari vengono dall’immunoterapia e in particolare da due classi di farmaci: gli inibitori di PD-1 e PDL-1. I farmaci sono ancora in fase sperimentale e sembrano funzionare in particolare in pazienti con elevata espressione di PD-1 e PDL-1 creando così dei nuovi bersagli per i farmaci. “Inoltre” – conclude Gridelli – “altre buone notizie vengono dal farmaco ramucirumab che è diretto contro i recettori del VEGF, fattore di crescite che stimola la proliferazione di nuovi vasi sanguigni nel tumore, uno dei principali meccanismi di azione attraverso il quale i tumori si accrescono. Il farmaco in combinazione con la chemioterapia ha per la prima volta dimostrato di aumentarne l’efficacia rispetto alla chemioterapia da sola in seconda linea di trattamento, cioè al fallimento della prima terapia”.