“Che cos’è la gelosia… un mostro dagli occhi verdi che ti divora dentro”

“Che cos’è la gelosia… un mostro dagli occhi verdi che ti divora dentro”

23 gennaio 2016

“Ti ricordi quando ti ho chiesto se sapevi cos’era la gelosia? È una malattia, ma presto guarirò… e voi vi siete chiesti almeno una volta nella vita cos’è la gelosia?”

“È un mostro dagli occhi verdi che si fa beffa della carne di cui si nutre… Otello, atto terzo.”

Dialogo liberamente ispirato alla pellicola di Roberto Faenza, Il Caso dell’infedele Klara, a sua volta tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore ceco Michal Viewegh.

Luca (Claudio Santamaria) è in preda ad un’incontrollabile gelosia per la sua fidanzata Klara (Laura Chiatti), insospettito dall’ambiguo rapporto che la ragazza ha con Pavel. I tratti psicologici del film possono avere tranquillamente trasposizione nella vita quotidiana, chi non soffre di gelosia: una risposta emotiva legata al pericolo di perdita e sottrazione del partner, che è connessa a reazioni di angoscia, rabbia e aggressività che hanno la funzione di proteggere la relazione stessa, come scriveva Bowlby.

Il punto è quando essa sfocia in atteggiamenti violenti, sia essi rivolti al proprio partner o nei confronti di terzi, come nei recenti fatti di cronaca nera che hanno avuto luogo ad Ariano Irpino, ma non solo.

Si disgiungono due tipi di gelosia, quella sana, quando si profila una minaccia concreta alla nostra relazione affettiva ed è un sentimento inseparabile dall’amore per il partner ed è naturale se presente a livelli accettabili e quella invece irrazionale, quando il timore di perdere qualche cosa che si ritiene essenziale per il proprio benessere, che altri possano impossessarsene, e si manifesta anche in assenza di un motivo valido.

Sull’argomento (e non solo) ne abbiamo discusso con la psicologa irpina Annachiara Forte, specialista in abusi e violenze.

Dott.essa Annachiara Forte

Dott.ssa Annachiara Forte

Dott.ssa Forte, che cos’è la gelosia?

La gelosia è un sentimento naturale generato dall’idea di poter perdere, più o meno improvvisamente, qualcosa di proprio a cui si è molto legati. Lo scopo verso cui tende tale emozione è quello della conservazione della specie e alla stabilità della coppia; dal punto di vista evoluzionistico, nei maschi è legata alla sicurezza della paternità e, quindi, alla certezza di provvedere a figli propri; nel sesso femminile, invece, è legata alla necessità di tenere legato un partner in grado di assicurare “cibo e protezione alla prole”. Da questo possiamo dedurre la gelosia, in dosi normali, è un’emozione utile per assicurare la stabilità della coppia, ci segnala il pericolo che il nostro partner possa diventare oggetto di interesse per qualcun altro e se la persona amata ci mostra un poco di gelosia, spesso, ci sentiamo veramente amati. Quando è funzionale alimenta positivamente il rapporto di coppia.

Come può essa sfociare in atteggiamenti violenti, come nel caso dell’omicidio di Ariano Irpino?

Il caso di Ariano Irpino, come tanti altri casi di violenza di genere, è la massima espressione di una forma di gelosia patologica.

Nella sua espressione patologica manifesta le seguenti caratteristiche, come il controllo ossessivo delle azioni del partner (gestire le uscite, controllare il cellulare, la posta elettronica), i dubbi e le sospettosità per ogni relazione che il partner intrattiene con persone dell’altro sesso (colleghi, amici, conoscenti), l’invidia ed aggressività verso i possibili rivali (attacchi verbali o fisici), l’aggressività verso il partner (offese verbali, violenze fisiche), la sensazione d’inadeguatezza e scarsa autostima verso se stessi e la paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita.

Nelle forme più gravi la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali.

Come mai sono spesse volte gli uomini a esercitare violenza, contrariamente alle donne, sono esse meno gelose e/o violente?

Da tante ricerche è emerso che l’intensità della gelosia tra uomini e donne è ugualmente distribuita, ciò che variano sono i comportamenti ad essa associati. Le donne sembrano tendere verso modalità più passive d’azione, si esprimono maggiormente attraverso depressione, angoscia e malattie psicosomatiche. Gli uomini sembrano preferire comportamenti più attivi, affrontano il rivale e puniscono la donna.

Nelle donne si registra il tasso più alto di gelosia depressiva e ansiosa, mentre tra i maschi a prevalere è la gelosia ossessiva o la forma più preoccupante della gelosia paranoica. Queste due ultime forme sono spesso alla base dei delitti passionali.

Si può parlare di gelosia patologica e quale percorso consiglia a chi ne soffre?

Si può parlare di gelosia patologica quando ci rendiamo conto che la relazione d’amore che stiamo vivendo si l’unica cosa che abbia importanza nella nostra vita, siamo sempre dubbiosi e sospettosi verso i comportamenti, i pensieri ed i sentimenti dell’amato e quando il solo pensiero di perdere la persona amata ci manda in uno stato di sconforto assoluto in quanto evento catastrofico.

Accorgersi di questi campanelli d’allarme è qualcosa di molto importante per chiedere aiuto ad un professionista; per cominciare un lavoro su se stessi, sulla propria autostima, e sul senso d’indipendenza per azionare un cambiamento positivo.

Un altro argomento che ci interessa particolarmente è quello della violenza domestica e degli abusi sulle donne, come mai molte di loro hanno paura di denunciare il compagno pur subendo violenza sia fisica che psicologica?

Sono diverse le componenti che rendono difficile la “denuncia” di atti violenti. Una componente importante è sicuramente lo stile educativo, molto spesso il clima violento che si vive in casa è comune a quello che si viveva nel nucleo familiare d’origine, questo come può immaginare rende difficile l’identificazione e la condanna degli atti violenti.

Non meno importante è il timore del giudizio, pensieri del tipo “cosa penserà la gente?”, “come verrà giudicata la mia famiglia in seguito alla denuncia?”, “quali saranno le conseguenze?” “perderemo la rispettabilità che ci contraddistingue”, si ritrovano in molte donne vittime di violenza.

Altra motivazione che rischia di impedire la denuncia è l’illusione di salvaguardare un’unione familiare che assicuri il benessere ai propri figli. Non esistono figli felici in famiglie dove si respira violenza, per assicurare il benessere ai propri figli è necessario chiedere aiuto e denunciare, solo cosi si può assicurare loro l’opportunità di vivere esperienze positive e risanatrici del male psicologico che la violenza fisica, subita ed assistita, crea. Non per ultimo va considerata la dipendenza economica che spesso lega la vittima al suo carnefice.

Come fare per ridurre questo tipo di violenze, gli spot e le campagne che vengono diffuse attualmente sono efficaci?

Sono efficaci nel messaggio che vogliono lanciare, ma l’intensità con cui viene lanciato questo messaggio è ancora troppo bassa, purtroppo. Moltissimo lavoro andrebbe fatto per informare la popolazioni sui diversi tipi di violenza esistenti, che non si riduce, ahimè, solo a quella fisica. Troppe donne sono soggette a violenza psicologica, prive di pensiero, impaurite e sole. Non se ne rendono conto perché non ne conoscono l’esistenza.

Tanto andrebbe fatto nella prevenzione con i più i piccoli, già in tenerissima età con progetti psicoeducativi con lo scopo di educarli al rispetto e alla libertà di espressione.

Quante donne e anche uomini si affidano a lei per casi di violenze domestiche e abusi?

Ancora troppo pochi. Calcoli che io opero in un contesto privato e questo mi porta spesso ad affrontare situazioni di dipendenza affettiva in cui è presente violenza ma che non è stato sicuramente il motivo per cui la persona mi ha chiesto aiuto.

Io credo che sia necessario rafforzare ulteriormente il lavoro di rete tra il privato e i centri anti-violenza per dare l’opportunità alle vittime di chiedere aiuto con più facilità e a noi professionisti di accogliere la richiesta e accompagnarle verso un percorso che le conduca a strutture che possano affrontare la problematica in modo complesso da più punti di vista.