Forum Inews – Pionati: un giovane senatore per l’Irpinia

14 marzo 2006

Irpinia: il legame con questa terra non si spezza mai. Un rapporto viscerale che consente a tutti gli irpini di ritornare. Sempre e comunque. Con abnegazione e ‘spirito di servizio’. Così Francesco Pionati, avellinese doc, giornalista parlamentare e vice direttore Rai, candidato al Senato tra le fila dell’Udc, torna nella sua terra e fa tappa nella redazione de ‘Il Sannio quotidiano’ ‘IrpiniaNews’ per spiegare, nel corso del forum giornalistico, le ragioni e i sentimenti di una scelta: quella di lasciare una professione costruita in crescendo nel corso di 20 anni per sposare la causa politica del Centro e dell’Irpinia. Una decisione improvvisa, capitata nel pieno della carriera giornalistica che non poteva che essere maturata con profonda passione e tanta voglia di tornare nella terra dei natali con la speranza di dare un contributo importante in termini di rinnovamento e sviluppo. Tanti gli interrogativi all’uomo, al politico, al giornalista. Altrettante le risposte. Chiarimenti nati da una profonda conoscenza del proprio territorio, di esigenze mai sopite nel corso degli anni, di problematiche che neanche il tempo riesce a cancellare. Una consapevolezza che può vantare solo un uomo che ben conosce il lato più vero di quell’Irpinia che aspira ad un posto di riguardo. Con Pionati la conversazione è piacevole senza infingimenti. Occasione che offre spunti di vera comunicazione e di aperture, anche di speranza, per le prospettive politiche.
La domanda che rompe il ghiaccio:
Il suo ritorno ad Avellino, dopo tanti se e ma, candidature e non candidature, nuova legge elettorale e quant’altro, questa volta arriva sul cavallo vincente. Cosa le comporta questo ritorno dal punto di vista umano, psicologico ed affettivo innanzitutto? Da conduttore e giornalista parlamentare si ritroverà di qui a breve dall’altra parte…
«Uno degli elementi che mi ha fatto decidere per il sì alla candidatura è stato proprio la collocazione della stessa. Due elementi: la modifica del sistema elettorale, perché sono sempre stato contrario al maggioritario che è una forzatura e costringe la gente a scontrarsi al di là delle ragionevoli contrapposizioni secondo me lecite. Col maggioritario veniva fuori il peggio dei candidati: l’aggressività e la polemica esasperata. Col proporzionale invece ognuno dice quello che pensa, l’elettore ha una scelta più ampia che motiva di più e consente al politico che si propone di essere più sereno. Il secondo elemento è stata la collocazione geografica. Per quel po’ di immagine pubblica che ho nel Paese, avendo 20 anni di telegiornali e Tg 1, ho cominciato nell’83 e ora ne esco come vice direttore Rai, la gente mi conosce un po’ ovunque e potevo essere candidato in ogni regione d’Italia. Ma per me la condizione fondamentale era la candidatura in Campania e in particolare il ritorno in Irpinia. Perché come tutti gli irpini il legame con questa terra non si spezza mai. L’idea di poter tornare nella mia terra con spirito di servizio, perché la politica così la intendo, è stato l’elemento decisivo insieme alla modifica del sistema elettorale che mi ha convinto a spezzare questa lancia. Io non vengo qui, come magari qualcuno ha potuto pensare, per fare opera di rapina, cioè per prendere il seggio in Parlamento e tornare a Roma. Io vengo per mettere radici qui. Per tornare dove sono nato e per cercare di dare a questa provincia una prospettiva di rinnovamento che fino ad oggi onestamente non c’è stata».
La sua candidatura, tra l’altro ben vista da una certa opinione pubblica, si può considerare contro un certo tipo di radicamento tradizionale – consuetudine consolidata di questa provincia – l’anticipazione nel centrodestra come di qualcosa di nuovo che può succedere?
«Ritengo che il centrodestra nella regione è messo male non per responsabilità del centrosinistra: è inutile attaccare il sistema di potere demitiano o bassoliniano perché hanno sviluppato una qualità politica superiore. Il centrodestra è in difficoltà perché non ha una classe dirigente. Quando il candidato a presidente della Regione si candida e poi viene sconfitto e ritorna a Roma – è il caso di Italo Bocchino – dà un esempio di disaffezione alla politica. Ha un effetto di rimbalzo pesante. E’ chiaro che la mia presenza diventerà giocoforza l’elemento di aggregazione e rinnovamento della provincia e della regione. Questo sistema elettorale ha messo nelle mani dei partiti la decisione della propria classe dirigente. Credo molto in questo. Non contesto la classe dirigente tradizionale. Non la attaccherò mai in maniera frontale. Contesto due cose, tutte e due politiche. La mancanza assoluta di rinnovamento perché la politica vera deve preoccuparsi della propria successione e la irragionevole pretesa di difendere dei valori che sono democratici cristiani in un’alleanza che invece i valori li disprezza. Non mi riferisco all’alleanza tra l’Unione, Luxuria e Rifondazione che la capiscono tutti. Ma anche all’interno dell’Unione vorrei capire come fanno i nostri amici a sostenere la famiglia, i valori cristiani, la solidarietà, la lotta alla droga con Boselli che è un moderato e Pannella che fa della libertà di manipolazione dell’embrione e della libertà di uso di droghe, i cavalli di battaglia? C’è qualcosa che non funziona. E’ su questo che mi batterò perché bisogna riconoscere che è una classe dirigente di primo ordine che ha fatto la storia del Paese. E’ demerito del centrodestra non aver saputo contrapporre persone di eguale qualità. Mi devono spiegare perché non hanno saputo dare rinnovamento alla provincia – per cui dopo di loro c’è il deserto – e come pensano di sostenere questi valori nell’ambito di un’alleanza che gli stessi rinnegano. E’ come il gioco del ‘lego’. C’è gente che pensa alla famiglia come una serie di blocchi colorati che possono essere scambiati: si può creare una famiglia di due uomini, di due donne, gay, lesbiche che adottano i figli. Così il sistema sociale italiano è disintegrato. L’integrazione tra società presuppone che ogni società sappia cosa è. Sono valori pericolosi. Il cuneo che distrugge la famiglia, il cuneo che distrugge l’economia del paese con questo accanimento contro i ceti medi, il cuneo della sinistra che non vuole la TAV, le centrali nucleari, presuppone un Paese del terzo mondo. Mi devono spiegare De Mita, Mancino come fanno a stare insieme a queste persone che hanno un’idea diversa di sviluppo, di famiglia, di società?».
Lei è certamente un investimento della Cdl e di Casini. Avrà la gratificazione di un’opinione pubblica ma rispetto alla base Udc degli ultimi giorni che ha contestato la sua scelta, la tranquillità sarà sempre la stessa? Oppure il dopo elezione sarà volano di qualche cambiamento?
«Credo che la vicenda sia rientrata al 90 per cento. Quello che ha detto Iannaccone è comprensibilissimo. Ha tutta la mia stima sul piano personale. Siamo amici di infanzia. Una migliore collocazione in lista se fosse dipeso da me, gliela avrei data sicuramente. Uno che ha responsabilità di partito importanti come lui, ha già capito che deve ripensare alla sua posizione. Per me la politica ha una logica inarrestabile. Quando un processo politico si mette in moto non c’è bisogno di sollecitarlo. La gente dell’Udc per la prima volta può avere una buona rappresentanza parlamentare, uno scatto d’orgoglio, è chiaro che chi ragiona con la testa politica fa passare in secondo ordine il malumore. Credo pertanto che è solo questione di ore. Rientrerà tutto. D’altronde potrebbe trovarsi anche in Parlamento, perché ha davanti a sè tre candidature che potrebbero cedere il passo se i risultati del collegio – come credo – saranno buoni. Il danno maggiore lo può avere se sta fermo e non se corre».
Ha parlato di valori come la famiglia, la pax… tematiche che oggi attengono al centro. Quali sono i progetti che intende attuare in provincia di Avellino considerato che ci sono i ‘marpioni’ della politica e gli esperti. Come intende strutturarsi dal punto di vista della modernità?
«Da punto di vista tecnico-logistico avrò qui la segreteria. Le idee chiare ce l’ho, dipende dai risultati elettorali. Questa è una regione con un altissimo livello di spesa e un bassissimo risultato di ritorno. Disoccupazione che continua a crescere, approvvigionamento idrico, problema rifiuti che rimane irrisolto… si considerano optional. Eppure è un territorio che ha tante potenzialità ma che si scontra a volte con un livello di arretratezza spaventosa. Si risponde a tutto questo con una struttura clientelare pazzesca. Con consulenze a pioggia. E’ un sistema politico aberrante».
I suoi avversari politici hanno attaccato duramente la legge elettorale definendola truffaldina e causa dell’allontanamento del cittadino all’esercizio democratico.
«Non è così. Il sistema maggioritario non dava alcuna possibilità di preferenza. Ti trovavi in una contrapposizione di due candidati di centrodestra e centrosinistra. Magari in una provincia come questa poteva capitare che nel centrodestra si candidava uno di Alleanza Nazionale essendo invece di prevalenza democristiana, dall’altra parte ti trovavi paracadutato da Roma un Socialista che nella provincia è poco e nulla. E’ una forzatura ancora maggiore. Il senso di coalizione sacrificava la capacità di scelta degli elettori. Con il proporzionale, invece, ognuno prende i voti che ha ed è rappresentato per quello che è. Il problema della preferenza c’è. L’elettore, come esprime la preferenza nel Sud nel 70-80 per cento dei casi? Perché ragiona sulla qualità del candidato oppure per convenienza? Dalle nostre parti, in Sicilia, come si infiltra la mafia nella politica? Si infiltra così. Vendendo pacchetti di voto al migliore offerente. D’Ercole ha detto tutto e il contrario di tutto. Prima, ‘questo sistema elettorale senza la preferenza non può andare avanti’. Due minuti dopo ha detto che la preferenza, dalle nostre parti è un sistema per fare clientelismo. Sono d’accordo con la seconda anche se in assoluto, in astratto, la preferenza dà maggiore capacità di scelta all’elettore».
Fini domenica scorsa ha aperto la campagna elettorale di An ad Avellino. Nel suo intervento non ha mancato di affondare la lama contro De Mita e Mancino rei di mettere in campo un conservatorismo sfrenato contro una non innovazione. Ma è pur vero che la Cdl ad oggi non è riuscita ad imporsi come coalizione governante. Come spiega ciò e come la Cdl potrebbe diventare classe dirigente?
«Il problema è autocritico prima che critico. De Mita e Mancino fanno il proprio lavoro. E’ naturale che si proteggano. Nel loro caso è anche alto il livello morale. Gente che merita ciò che ha ottenuto. Attaccare frontalmente uno che ha il potere consolidato è sterile. La verità è molto semplice, nel centrodestra non c’è classe dirigente e forse manca anche la proposta alternativa. Negli anni ‘60, periodo del boom economico, De Mita e Mancino hanno rivoltato questa provincia come un guanto. Hanno dato sviluppo economico e industriale. Hanno avuto una idea chiara di sviluppo e oggettivamente hanno fatto bene a questa provincia. De Mita e Mancino sono stati al loro posto ed hanno dimostrato che il territorio si presidia così. Si può fare demagogia per avere l’applauso ma questo non è il mio ruolo. Io faccio l’analista politico. Della polemichetta dei paesi non mi interesso».
Quale il suggerimento per una proposta alternativa volano, per la Cdl, di ‘vera’ classe dirigente?
«La proposta alternativa che è cosa molto complicata e difficile, è parlare con il linguaggio della verità. Qui la situazione è disastrosa e sarà sempre peggio. La competitività internazionale ci distrugge. L’agricoltura è ridotta a pezzi. L’industria pesante non c’è. C’è la piccola e media impresa che statisticamente è la più aggredibile dall’Oriente. Se si dice la verità, e cioè che questo sistema economico così non può andare avanti, sovvenzioni e interventi a pioggia non ne possono arrivare più e ti inventi crei un altro modello di sviluppo… vinci. Questa è la scommessa».
E ancora… «Il centrosinistra vuole fare il pieno di voti e si rivolge ai suoi ex amici. Zecchino non lo possono agganciare. Io vorrei pubblicamente chiedergli di tornare in politica. Ha uno spessore politico troppo alto per condividere la scelta che hanno fatto loro, di andare ad annegare in questo modo, l’esperienza democratico cristiana. E’ anche uno dei motivi che mi ha spinto a schierarmi con Casini. Lui fa un discorso di valori che parte dalle radici cristiane del suo paese e va avanti di conseguenza. Gli altri partiti della coalizione considerano i Democristiani un residuato bellico. Li accettano solo perché hanno ancora un po’ di voti ma appena vengono meno allora è tabula rasa. Che Zecchino stia fuori è assurdo ma non scenderà mai in campo con loro perché è un intellettuale della politica. E’ uno che pensa ad un livello superiore».
Lo scontro Berlusconi-Annunziata.
«E’ la classica cosa studiata a tavolino servita soltanto a ricompattare i due elettorati. Il centrodestra pensa che abbia fatto bene Berlusconi perché l’Annunziata è una provocatrice. Ormai lo schema è quello. E’ il classico gioco delle parti. Lui che fa la vittima e lei che fa la provocatrice».
Domande flash.
Cosa pensa di Berlusconi?
«E’ un buon presidente capitato in un brutto periodo».
Di Prodi?
«E’ il contrario: un cattivo presidente che ha governato in un periodo fortunato».
Di Mastella?

«E’ il più grande riformatore italiano. Ha creato il certificato di parentela per entrare in politica».
Di Rotondi?
«L’ho rivalutato. La scelta di uscire dalla Democrazia Cristiana è stata sbagliata ma in compenso ha mostrato una grande abilità».
Il giornalista più simpatico?
«Senza dubbio Giuliano Ferrara».
Il più antipatico?

«Gad Lerner».
La Rai?

«E’ una mamma».

(A cura della redazione)