Erri De Luca elogia lo Sponz Fest: “Bella l’Italia, ma bella assai”

Erri De Luca elogia lo Sponz Fest: “Bella l’Italia, ma bella assai”

29 agosto 2017

“Sono stato a Calitri di recente – si legge sul sito fondazionerrideluca.com –  invitato in una sua piazza a raccontare storie. Calitri sta nella vasta provincia di Avellino, un’ora di strada più a sud. Per una settimana di agosto il piccolo centro riceve compagnia dal mondo e si trasforma in un libero mercato di offerte musicali e di voci.”

Il noto scrittore italiano elogia lo Sponz Fest:

“Ogni anno le allarga e le distende un po’ di più Vinicio Capossela, figlio di gente del posto, nato in Germania per il motivo opposto a quello del turismo. Calitri è il meridione che s’illumina a festa. In cima a una collina, lontano dal Tirreno quanto dall’Adriatico, sta in disparte dalle grandi vie di passaggio. Riceve solo ospiti felici di raggiungerla.

Il suo raduno aperto alle stelle di agosto si chiama “Sponz”, che in idioma suo è: mettere a spugnare. Cosa? Per diversi giorni si spugna il baccalà, il merluzzo pescato nell’Atlantico e scaricato nelle cucine del Mediterraneo. Un tempo era pietanza povera, perciò provvidenziale. La durata della spugnatura diventa unità di misura dello “Sponz” di Calitri.”

Infine, De Luca racconti alcuni passaggi della sua esperienza irpina:

“Vengono musicisti che inventano pretesti per rimanere di più. Fingono di essere molto salati e bisognosi di una prolungata spugnatura. Da spaesato, mi fermo poche ore, riparto nella notte dopo la parlata sulla piazza.

Chiedo a Emma, che mi accoglie a Calitri, chi paga il conto della festa: l’elenco è virtuoso, mancano le sigle dei potentati d’Italia. Il sindaco si prodiga insieme alla sua amministrazione. Sa di sperimentare un’eccezione di risorgimento. Sono lieto di costare niente ai loro conti.

Nel borgo antico, stretto intorno al castello sulla cima, si aprono grotte per ristoro, con musica suonata dentro la cassa armonica di caverne fresche. Prima di piantarmi sul palco inghiotto un purè di fave che mi fa risalire al secolo precedente, agli antipasti che facevano il pasto.

Fuori delle mura una piazza sta seduta in terra, appoggiata a ringhiere, in ascolto, mentre si piglia il venticello che stempera le fiammate del tramonto. Sulla via del ritorno mi è rimasto a lungo in faccia un piccolo sorriso di congratulazione.

Mio padre in rare occasioni diceva una strofa non so dove imparata: “Bella l’Italia, ma bella assai, chiedi ed avrai”.