El.Ital, Scarpa (Fiom-Cgil): “Pugliese sa che 67 lavoratori rischiano di finire sul lastrico?”

El.Ital, Scarpa (Fiom-Cgil): “Pugliese sa che 67 lavoratori rischiano di finire sul lastrico?”

13 febbraio 2017

“La Italdata di Pianodardine società paritetica – si legge nella nota di Sergio Scarpa, segretario provinciale Fiom –  tra la finanziaria Italiana dell’elettronica e delle telecomunicazioni Stet e la multinazionale Tedesca Siemens entrò in attività nel mese di maggio del 1976 e rappresentò un grande salto tecnologico nel panorama industriale della provincia di Avellino attraverso la produzioni tecnologicamente avanzate con annesso centro di ricerche di  sistemi Hardware e software di apparati elettronici, fino a raggiungere  livelli occupazionali superiori alle 400 unità.

Ma a causa del progressivo disimpegno della finanziaria pubblica Stet dal settore manifatturiero  e alla successiva fuoriuscita di Siemens dalla divisione Information e Comunication,la Italdata fu ceduta all’Americana Flextronics che  contemporaneamente  acquisì anche lo stabilimento  Siemens di L’Aquila per continuare  a produrre per Siemens  e altri produttori mondiali gli apparati e i prodotti elettronici.

Dopo pochi anni la Flextronics non essendo riuscita ad acquisire le altre aziende presenti  nel  settore del manufacturing  sul territorio Italiano, decise di ritirarsi, e l’azienda di Avellino fu ceduta con una trattativa lampo dai contorni poco chiari, ma sicuramente molto vantaggiosa per gli intessi di entrambi,condotta direttamente dall’allora Amministratore Delegato  dello stabilimento di Avellino e  la Elital di Massimo Pugliese.

Il 1 settembre del 2005 la ElItal subentrò alla flextronics a costo zero e con una dote di svariati milioni di euro in modo  da  gestire per due anni  le perdite e nel frattempo ricercare nuove produzioni più profittevoli a quelle che continuarono ad essere garantite per un certo lasso di tempo.

In considerazione delle già note vicende industriali  e giudiziali che avevano contraddistinto l’imprenditore Irpino, tutte le competenze pregresse dei circa 230 dipendenti di allora , compreso il loro  Trattamento di Fine Rapporto furono liquidate su richiesta sindacale direttamente dalla Flextronics.

Nel corso degli anni successivi furono raggiunti accordi nelle varie sedi istituzionali finalizzati alla riduzione dei costi e alla diversificazione produttiva accompagnati da programmi di investimenti solo molto parzialmente realizzati.

Questi programmi prevedevano la salvaguardia del numero dei livelli occupazionali , anche se accompagnate da politiche di mobilità ed incentivazione all’esodo al fine di favorire un ricambio generazionale e un riequilibrio professionali fra operai e impiegati che a causa dell’impoverimento tecnologico e professionale risultava eccessivamente sbilanciato a favore di quest’ultimi.

Ma i risultati  purtroppo, oggi sono sotto gli occhi di tutti, e piange il cuore vedere una fabbrica da sempre considerata da tutti il fiore all’occhiello di questa provincia,  con debiti che ammontano a circa 60 milioni di euro soprattutto a causa di una gestione scellerata di un soggetto che ha collezionato una serie di fallimenti tra i quali  solo per restare in provincia anche quello dell’Avellino calcio.

Le affermazione della supposta ingratitudine dei lavoratori da parte dell’amministratore Massimo Pugliese sono inaccettabili perché destituite di ogni fondamento.

Pugliese afferma che la Elital ha un costo del lavoro esorbitante a causa delle retribuzioni dei lavoratori e dei vari benefit di cui egli ha riconosciuto.

Ma, a tal proposito, è bene ricordare che l’ultima contrattazione aziendale dove si sono contrattati incrementi salariali  risale al  lontano 1988, e le integrazioni che lui ha riconosciuto sulla cassa integrazione erano in atto già prima del suo subentro, anzi per la precisone, con la gestione Elital queste sono progressivamente state ridotte.

Per quanto riguarda i ticket poi, questi sono stati dati  in alternativa al servizio mensa da sempre operante, solo perché egli stesso ha preferito di sopprimerlo sempre nell’ottica della riduzione dei costi.

E che dire poi, della significativa riduzione economica delle varie maggiorazioni e premi vari    derivanti dalla contrattazione aziendale fino al 1998 in conseguenza alla  totale disdetta di tutti gli accordi aziendali da lui attuata.

Solo  successivamente a fronte delle iniziative sindacali attuata dai lavoratori e dalle lavoratrici fu rinegoziata al ribasso con un accordo   subito dai lavoratori e dal sindacato  e che aveva come contropartita il  rilancio degli investimenti e  la salvaguardia dell’occupazione.

Questi sono i fatti inconfutabili, il resto sono falsità,   e poi, non può meravigliarsi  se oggi anche una parte dei lavoratori,  soprattutto coloro che sono fuorusciti hanno  presentato  l’istanza di fallimento (anche a fronte della scarsa efficacia di questa azione) per il recupero delle spettanze a loro dovute, che nella stragrande maggioranza sono l’intero corrispettivo dell’incentivo  che ammonta ad alcune decine di migliaia di euro per aver accettato di essere collocati in mobilità.

Una parte di questi lavoratori non l’hanno mai percepita, gli altri che fuoriuscirono l’anno precedente ne hanno ricevuto solo una piccola parte.

Ma non si può dimenticare che oggi ci sono ancora 67 lavoratori e le rispettive famiglie che rischiano di finire definitivamente  sul lastrico  all’atto della pronuncia della sentenza di fallimento da parte del tribunale di Avellino.

Questi lavoratori  che    da tempo non mettono piede in fabbrica  e già vivono con la indennità della sola cassa integrazione, che perderanno a causa del fallimento, anche grazie alle restrizioni governative sugli ammortizzatori sociali  la parte residua della CIGS e si ritroveranno disoccupati con un minimo sussidio per 2 anni.

Considerato poi che si tratta prevalentemente di cinquantenni, questi non hanno  nessuna prospettiva di ricollocazione, nonostante,  contrariamente a quanto affermato da Pugliese  hanno accettato  rinunce di ogni genere e ogni tipo di sacrificio e  pur non essendo  tra quelli che  hanno presentato istanza di fallimento pur vantando spettanze economiche e mancato versamento delle trattenute al fondo Cometa.

Se è vero quanto da Pugliese dichiarato in merito all’acquisizione della commessa da 62 milioni in Libano e della possibilità di ulteriori commesse, allora noi gli chiediamo di recarsi  in tribunale innanzi al giudice della procedura fallimentare e di  presentare  un piano concreto e verificabile che attraverso la ripresa della produzione possa sotto lo stretto controllo del tribunale  gradualmente soddisfare i vari creditori.

Si fa appello infine alle forze politiche e istituzionali di  riattivare il tavolo presso il Ministero dello sviluppo Economico per ricercare gli strumenti più opportuni per fronteggiare la transizione.

Solo in questo modo si può evitare un ulteriore colpo ai livelli occupazionali in questa provincia già martoriata,  e non lasciare una sterile e inconcludente  protesta nelle mani di  alcuni personaggi isolati dal resto dei lavoratori che ben conoscono  i loro trascorsi  in azienda e che  oggi  nonostante non abbiano nessuna titolarità e senza alcuna rappresentanza oltre loro stessi  pensano di  ergersi a protagonisti unici di una battaglia senza nè testa nè coda.”