Coldiretti: “Mettere al centro l’impresa legata al territorio”

6 febbraio 2013

La metà dei giovani tra i 18 ed i 34 anni preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che fare l’impiegato in banca (23%) o anche lavorare in una multinazionale (19%), mentre in generale quasi un italiano adulto su tre (28%) lascerebbe il proprio lavoro per fare il contadino. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Swg, in riferimento alle polemiche elettorali sul ruolo dell’agricoltura in Italia innescato dalle dichiarazioni di alcuni candidati alle prossime elezioni politiche. Anche sulla stampa locale e nei dibattiti si fa un gran parlare di agricoltura, delle sue potenzialità di creare sviluppo e ad essa vengono dedicati anche incontri a tema. Se non fossimo in campagna elettorale verrebbe da dire: finalmente! Il dibattito in corso evidenzia l’affermarsi in Italia e nella nostra Provincia di una vera rivoluzione culturale con la riscoperta del valore dell’economia reale e di una nuova attenzione al cibo, all’ambiente e in generale alla qualità della vita. Un cambiamento sostenuto dalla società civile che crede nel nuovo modello agricolo che si sta affermando in Italia ma che è stato compreso anche dai diversi partiti che per la prima volta – sottolinea la Coldiretti – hanno dato attenzione all’agricoltura nei programmi. “Un dato positivo che valuteremo con cura nei contenuti al fine di verificarne il livello di condivisione per poi, al termine della campagna elettorale dopo gli incontri chiesti a tutti i leader dei partiti, dare il giudizio della Coldiretti che rappresenta 1.600.000 iscritti” afferma il presidente nazionale di Coldiretti Sergio Marini. Oggi si registra dunque – continua la Coldiretti – un profondo cambiamento rispetto al passato quando la vita in campagna era considerata spesso sinonimo di arretratezza e ritardo culturale nei confronti di quella in città. Il contatto con la natura ed i suoi prodotti – precisa la Coldiretti – è diventato premiante rispetto all’impegno negli strumenti finanziari di un istituto di credito o nei prodotti fortemente pubblicizzati di una grande multinazionale. Si tratta di una vera rivoluzione culturale che non riguarda solo i giovani poiché in generale quasi un italiano su tre (il 28%) scambierebbe il proprio lavoro con quello dell’agricoltore, secondo l’indagine Coldiretti/Swg. I motivi di tale scelta sono indicati nel fatto che per il 50% così si fa una vita più sana, per il 18% ci si sente più liberi e autonomi e per il 17% per il piacere di vivere in campagna, mentre solo il 7% ritiene che si guadagni di più. Una inversione di tendenza che si riscontra anche a livello scolastico con l’aumento record del 26% delle iscrizioni all’Università nei corsi di laurea in scienze agroalimentari, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale nell’ultimo decennio. Siamo comunque di fronte ad una accresciuta attenzione per il settore primario che parte da una società civile che crede e sostiene il nuovo modello agricolo portato avanti dalla Coldiretti che contribuisce in misura determinante alla crescita sostenibile del Paese. La gente ha ben presente l’importanza dell’agricoltura e la politica ne sta prendendo atto riconsiderandone il ruolo e le potenzialità. “Il nostro progetto – affermano alla Coldiretti di Avellino – mette al centro l’impresa legata al territorio che fa della qualità e della creatività il suo punto di forza per competere sui mercati, ma anche una lotta spietata ai “furbetti” dell’agroalimentare che fanno affari con il falso Made in Italy. Il modello di sviluppo che vogliamo per la nostra agricoltura trae quindi nutrimento dai nuovi punti di forza del Paese, di natura materiale e immateriale, accanto ad un capitale umano che rimane fortissimo”. Dieci anni fa agricoltura significava soltanto problemi sociali, problemi ambientali, costo per il Paese. Oggi quelli che erano problemi sono diventati delle opportunità. L’agricoltura si è inventata un nuovo modello di sviluppo basato sulla piccola e media impresa, sul prodotto fortemente legato al territorio, distinguibile in quanto riunisce in sé tutti i punti di forza del Paese come il paesaggio, l’innovazione e la creatività e li aggiunge come valore aggiunto a prodotti e servizi. C’è un problema di reddito di cui conosciamo le cause che sono legate alla crisi economica e al calo dei consumi che speriamo, anche se siamo poco fiduciosi, possa iniziare a superarsi alla fine di quest’anno, al furto di valore nella filiera e al furto di identità dei nostri prodotti. E’ per tale motivo – continua Coldiretti – che abbiamo avviato da tempo il progetto di filiera agricola italiana con risultati soddisfacenti, basato sui due marchi di “Campagna amica” e “Filiera agricola italiana”, che ha come obiettivo di accorciare la filiera e di valorizzare e promuovere nel nostro Paese e nel mondo l’Italia vera, e abbiamo avviato una grande battaglia contro le contraffazioni e le sofisticazioni, puntando sulle garanzie che possono essere date da una corretta etichettatura del prodotto. Per quanto riguarda i temi internazionali, Coldiretti conferma la propria insoddisfazione sul tema della riforma della politica agricola comunitaria dove le poche modifiche apportate dal Parlamento non sono ancora sufficienti e presuppongono un forte impegno del Governo nazionale in sede europea. Benché a livello nazionale ci sia qualche segnale positivo riteniamo che la capacità italiana di essere pienamente in grado di difendere in Europa il nostro modello agricolo sia ancora inadeguata. Per questo il documento in dieci punti “L’ltalia che vogliamo” proposto da Coldiretti parte dall’esigenza di un governo globale di beni comuni come il cibo contro gli effetti di una globalizzazione senza regole, chiede di portare pienamente “l’Italia in Europa” e arriva fino all’etica che deve traguardare insieme alla politica anche le forze sociali e tutti i cittadini.