Bomba nel Tribunale di Benevento: a giudizio la donna che procurò il falso allarme per aiutare un latitante

Bomba nel Tribunale di Benevento: a giudizio la donna che procurò il falso allarme per aiutare un latitante

8 luglio 2019

La Procura della Repubblica di Benevento ha formulato richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di una trentaduenne beneventana, per i reati di minaccia aggravata al Corpo giudiziario, procurato allarme all’Autorità, interruzione di pubblico servizio, favoreggiamento personale e sostituzione di persona.

I fatti si riferiscono al 20 dicembre 2016 quando, nel bagno del Tribunale di Benevento, fu rinvenuto un finto ordigno costituito da un candelotto in cartone nastrato a forma di dinamite da cui fuoriuscivano dei fili a mo’ di innesco a distanza. La scoperta era avvenuta a seguito di due telefonate minatorie che annunciavano la presenza dell’ordigno e, contemporaneamente, alla latitanza del condannato Paolo Messina Junior.

L’allarme suscitato dall’ordigno, portò all’interruzione momentanea dell’attività nelle aule di giustizia e la loro evacuazione, fino all’intervento degli artificieri della Polizia di Stato.

Le indagini effettuate dalla Squadra Mobile hanno permesso di accertare che il cellulare utilizzato dall’ignoto interlocutore per segnalare la presenza della finta bomba, apparteneva proprio alla donna che intratteneva una relazione sentimentale con il Messina.

Il movente del gesto era, evidentemente, quello di evitare che in quel giorno si celebrasse la prevista udienza dibattimentale che vedeva indagato il Messina, per l’omicidio di Rosiello Antonello.

Nel corso delle successive indagini, che avevano portato alla cattura in Croazia del Messina, gli agenti della Squadra Mobile hanno accertato l’esistenza della relazione sentimentale tra i due. Il collegamento era stato ottenuto grazie alle utenze telefoniche utilizzate dal latitante e dalla donna per comunicare tra loro, risultate intestate entrambe a dei minori completamente estranei ai fatti.

Gli accertamenti dagli investigatori hanno poi permesso di raccogliere rilevanti elementi indiziari circa il fatto che fosse stata proprio l’indagata a procurare le due schede sim, attraverso l’uso fraudolento di copia dei documenti dei due ragazzi.

Nell’ambito della condotta favoreggiatrice contestata si inquadra anche il tentativo della donna di recuperare una cospicua somma di denaro dovuta da un creditore al Messina, che doveva a questi servire per affrontare la prosecuzione della latitanza.