Antonio Bergamino, il “fotografo dei suoni della natura”.

Antonio Bergamino, il “fotografo dei suoni della natura”.

29 settembre 2015

Ha dalla sua il senso dell’avventura e della meraviglia, questo rende le immagini di Antonio Bergamino una commossa celebrazione alla meraviglia del mondo circostante.

Che siano i colori rutilanti e le atmosfere oniriche dei fondali marini nei quali ama immergersi da decenni o i solchi scavati dal tempo sui volti di anziani ritratti in giro per il mondo o nella sua Irpinia, ciò che sembra dominare l’istinto fotografico di Bergamino è la curiosità pura e innocente del bambino, unico presupposto per veri viaggi di scoperta.

Una scoperta, poi, che è innanzitutto scoperta di sé e del proprio sentire e che l’artista – amato e citato come una sorta di caposcuola da tanti suoi colleghi coetanei o più giovani – vive mentre fissa gli attimi nei suoi scatti che, forse, raccontano della sua anima molto più di ciò che ama fare con le parole.

Antonio Bergamino

Antonio Bergamino

Attivo da decenni nel campo della grafica e dell’advertising, Antonio Bergamino lascia alla fotografia il compito di creare segni che comunicano la sua geografia intima, fatta di viaggi, di incontri ravvicinati (anche con decine di squali tigre, come in una foto che gli è stata scattata durante un’immersione), di immersione nei riti delle tradizioni popolari, di paesaggi urbani o selvaggi, che documentano sempre la relazione tra l’arcaico e il contemporaneo.

Chi lo conosce è abituato alle sue frasi brevi ed essenziali, alle sue parole pronunciate a voce bassa e con tono scattante, ma le sue foto sono altro, sono lunghi silenzi, sono sussurri o grida ammutolite, sono suoni di una natura che non si lascia piegare dall’uomo ma che lo domina con la bellezza delle sue creature, di una umanità che sa essere scrigno di esperienze, tradizioni e storie.

Antonio Bergamino, come è nata la passione per la fotografia? 

“La passione per la fotografia credo sia un’evoluzione fisiologica della passione per la pittura, con la quale ho convissuto per molti anni: prima con la tecnica dell’acquerello e, successivamente, con quella dell’aerografo. Mi sono a lungo divertito aerografando su diverse superfici, dal classico cartoncino Schoeller alle carrozzerie di auto e furgoni, con risultati più che lusinghieri. Ricordo che trascorrevo molte ore a studiare la luce per capire come riprodurla al meglio. Il corso fotografico al quale m’iscrissi era propedeutico agli studi accademici. Durò due anni durante i quali la mia giornata migrò in buona parte in camera oscura che diventò fonte d’ispirazione per esperimenti e riproduzione di antiche tecniche di stampa come la platinotipia, la cianotipia, i viraggi. Era il 1976, fu allora che scoccò la scintilla”.

Quali sono i suoi maestri o le sue fonti di ispirazione? 

Salgado, Saudek, La Chapelle, Rodero, Pellegrin, Mugnoz, tanto per citarne alcuni, perché in realtà l’elenco è lunghissimo. Si aggiorna continuamente e al suo interno annovera anche nomi sconosciuti. Ho una collezione di libri fotografici che sfoglio spesso perché la fotografia stampata resta la mia preferita”

Quali sono le tecniche che predilige nella realizzazione dell’immagine fotografica?

Foto Antonio Bergamino

Foto Antonio Bergamino

Tecnica? Sono refrattario alle formule. Impostato tempo e diaframma mi dedico alla composizione e confido sempre nella luce perché mi dia una mano”.

Paesaggio, reportage, ritratto, quali sono le diverse emozioni che le suscita?

Istintivamente ritengo il paesaggio sia quello che meno mi intrighi. Non amo “l’effetto cartolina”. Mi piace la rarefatta luce dell’alba, l’astrazione del luogo, le geometrie nascoste e qui Fontana docet. Del reportage avverto il pieno del suo fascino quando riesco a calarmi totalmente nel microcosmo che voglio raccontare. Sicuramente, quello che detesto è essere invadente. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, il volto è il custode delle gioie e dei dolori. È questo che cerco di cogliere, altrimenti non è un ritratto. Comunque, quando lo ritengo interessante, mi piace contestualizzarlo nell’ambiente”.

Un episodio divertente e uno commovente dal suo album di ricordi fotografici…

“Se ci penso, in effetti, di storie ne ho vissute. Alcune cariche di adrenalina, altre di tensione, altre ancora divertenti. Ero a Manchester per fotografare l’Imperial War Museum North progettato dall’architetto Libeskind. Quasi le quattro di mattina, il sole entra in camera e mi sveglia, c’è una luce livida: tempesta in arrivo. L’dea è veloce come il fulmine, fotografare il museo con questa luce. Mi vesto, aspetto il tram, controllo che le nuvole mi seguano ed intanto il temporale lentamente si avvicina. Nell’attesa che passa lenta, un poliziotto mi guarda a mia insaputa. S’avvicina e mi chiede cosa faccio lì, in quel posto, a quell’ora. Nel mio inglese “appezzottato” gli dico che sto aspettando la luce. Intuendo ostilità da parte sua, mi rendo conto che la mia risposta è stata poco felice ed allora avvio la pappardella: “I’m photographer… I’m here to wait for the right light for my pictures”. Io sorrido, quello pure e tutto finisce a tarallucci e vino al banco dell’unico bar aperto a quell’ora.

Un’altra esperienza è quella vissuta nel mezzo di un branco di delfini.

Delfini nel Mar Rosso , Foto Antonio Bergamino

Delfini nel Mar Rosso , Foto Antonio Bergamino

“Mar Rosso, Marsa Alam, a bordo di una motonave, alba, ormeggiati in prossimità di un reef dove abitualmente stanzia un grande branco di delfini. A gruppi di 2, 3 subacquei si scende in acqua armati di fotocamera in custodia, nella speranza di avvicinarci ai tursiopi. Siamo in apnea e tutti esperti per decidere di separarci gli uni dagli altri. Sono in acqua da circa due ore ed ho visto delfini giocare con le meduse, saltare, comunicare tra di loro, ma sempre ad una distanza tale da non essere appetibile fotograficamente.

Il tempo trascorre e dopo altre quattro ore le mani sono “spugnate” ma si resiste perché lo spettacolo è eccezionale. Finalmente, una famigliola di 3 delfini comincia a girami in tondo con cerchi sempre più piccoli. Con la fotocamera appiccicata alla maschera giro su me stesso per non perdere questa magia. Oramai sono a meno di un metro da me e il più grosso mi guarda continuamente. Una foto di quest’incontro ravvicinato mi ha fruttato importanti premi internazionali”.

Quali sono le mostre o le pubblicazioni più importanti cui ha partecipato?

Fino a 5, 6 anni fa producevo con le mie foto dei calendari artistici che hanno avuto grande consenso e diffusione. Con la crisi questa fetta di mercato si è sbriciolata a tal punto che ho deciso di non realizzarne più nonostante riceva ancora delle richieste. Sempre in passato, ho partecipato a diverse pubblicazioni ed oggi ho fondato la “Pochi Intimi Editore”, una microscopica casa editrice con la quale pubblico i mie libri che in questo momento sono circa un quindicina. Ovviamente è un gioco, per ora. Di mostre ne ho organizzate diverse, collettive e personali. Con piacere ricordo alcune fatte in Germania grazie al contributo di colleghi tedeschi con i quali condivido esperienze professionali. In terra irpina, tra le ultime, sono legato all’evento “Architettura al muro” dove ho svolto il doppio ruolo di fotografo e direttore artistico. Il successo mi ha ripagato del lungo lavoro di preparazione durato più di un anno durante il quale ho messo insieme un gruppo di artisti tra cui l’unico fotografo ero io”.

Oggi la fotografia è ormai completamente digitale, i tempi romantici dell’attesa in camera oscura sono quasi archeologia, ci può essere lo stesso calore nelle immagini, la stessa emozione e la possibilità di lavorare i supporti come si faceva un tempo con i chimici e la carta?

Foto Antonio Bergamino

Foto Antonio Bergamino

La qualità dell’immagine intesa come forza narrativa esula dalla tecnologia. La si può ottenere tanto con una “usa e getta” quanto con un’ammiraglia della Nikon. Il problema è scovarla nel mare dei files che ogni ora si riversa nel web. Siamo letteralmente sommersi da fotografie, che con una percentuale altissima, non verranno mai stampate. Quindi, e rispondo alla seconda parte della domanda, stampare una foto ha un senso se vivrà una vita cartacea ed aggiungo, con un fascino inalterato rispetto al passato, per quanto mi riguarda. Inoltre, la stampa è un vero banco di prova per una fotografia: se ha difetti salterebbero all’occhio implacabilmente”.

A suo avviso c’è abbastanza spazio per la fotografia nella nostra città?

Se si riferisce alla fotografia come espressione artistica dico che lo spazio esiste perché vi è un embrione che sta evolvendo, anche se lentamente. Peccato che le Amministrazioni non investano in cultura. Tolta la rinascita del Laceno d’Oro e tolto il cartellone del teatro Gesualdo, non mi pare ci sia di che rallegrarsi. Eppure le idee non mancano, basta vedere quanta fatica e passione investono i privati per organizzare eventi musicali, teatrali, fotografici, ma pare che tutto questo non basti a stimolare l’interesse di chi ci governa. Provi solo a chiedere uno spazio pubblico. Sono disadorni e prigionieri della burocrazia. Se si riferisce, e torno alla sua domanda, al commercio della fotografia, ritengo – ed è opinione diffusa tra i professionisti – che c’è un sottobosco di “marchettari” che hanno frammentato il mercato del lavoro, millantando competenze che non hanno, danneggiando la stessa fotografia con una qualità pressappochista”.

Foto Antonio Bergamino

Foto Antonio Bergamino

Quali sono gli altri fotografi irpini di cui apprezza il lavoro, a suo avviso c’è una “scuola avellinese” di fotografia? Possiamo eventualmente ricostruirne la storia?

Ritengo che in Irpinia ci siano fotografi che hanno la capacità di “vedere” le storie che raccontano e, seppure la mia analisi si basa su coloro che conosco, sono convinto che risorse da cui attingere in termini di creativi e creatività vadano ben oltre la sfera a me nota. Apprezzo molto la sensibilità di Francesco Cretella, Federico Iadarola, Mariano Di Cecilia, Aldo Marrone, Francesco Chiorazzi, Gelinda Vitale. Questi ultimi due, tra l’altro, hanno il merito di aver costituito un gruppo di lavoro col quale realizzano una rivista “fanzine” interamente dedicata alla fotografia. A “View Notes”, giunto al 6° numero, auguro una lunga vita. Infine non credo esista una scuola avellinese e, semmai qualcuno ne vantasse la paternità sorriderei non poco. Esiste sicuramente un numero di associazioni e circoli fotografici in tutta Irpinia che generano eventi. Ricordo in particolare lo storico circolo fotografico Werner Bischof di Zungoli che per anni ha programmato una vetrina internazionale”.

Giovani e fotografia, se ne vedono tanti in giro con la reflex, c’è desiderio di imparare la tecnica oppure prevale l’approccio “istintivo” all’immagine?

Nella fotografia l’aspetto più facile è imparare la tecnica, acquistare attrezzatura hi-tech, smanettare in post-produzione. La parte più difficile è fare click con gli occhi, imparare a leggere la luce, la scena e realizzare uno scatto che sappia lasciare una traccia di. A coloro i quali si avvicinano alla fotografia suggerisco di studiare i grandi maestri, ce ne sono tanti, di seguire l’istinto e di… non attivare la funzione “vedi foto dopo lo scatto””.

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