Alfred Gomis: tra i pali, un gatto, fuori dal campo, un uomo.

Alfred Gomis: tra i pali, un gatto, fuori dal campo, un uomo.

25 marzo 2015

Tra i pali, un gatto. Fuori dal campo, un ragazzo eccezionale, ben al di sopra della media dei calciatori, per cultura e interessi. Lui è Alfred Gomis, il portiere dell’Avellino calcio

Generazione Balotelli, o giù di lì. Italiano d’importazione, almeno a metà. Doppio passaporto, natali del Senegal, formazione italiana. L’azzurro già vestito, ma senza promessa di eterna fedeltà.

Le porte sono aperte, per tutte le chiamate: Italia o Senegal che sia. Figlio della nuova Italia, finalmente multietnica: uno dei tanti, ormai. Alfred Gomis, un nuovo italiano, frutto di immigrazione e integrazione.

Secondo di quattro fratelli, tre dei quali portieri (per il quarto, ancora troppo piccolo, si vedrà), sulle orme di papà Charles, che tra i pali giocava in Senegal, prima di fare le valigie a partire per l’Italia. Cuneo, la città d’adozione.

Il Torino, la loro culla: parentesi comune, quella tra i ragazzi granata. Infine, l’Avellino (mentre i suoi fratelli Lys e Maurice giocano rispettivamente nel Trapani e negli Allievi del Torino), un trampolino di lancio, come lo è stato per tanti, ai tempi d’oro (numerosi gli ex Lupi transitati in club di prestigio) ma anche di recente (Izzo e Zappacosta, due freschi esempi).

Si sente più italiano o senegalese?

“L’Italia è casa mia, il Senegal le mie radici. Sono arrivato qui che avevo 3 anni, in Italia ho fatto le scuole, sono cresciuto, sono maturato. In Senegal, ci sono le mie radici, che non ho ancora approfondito, ma prima o poi porrò rimedio: ci sono tornato solo una volta, quando avevo 8 anni, ma lo farò ancora, appena ne avrò l’occasione”.

In cosa si sente italiano e in cosa senegalese?

“Come dicevo, mi sento profondamente italiano. Del Senegal mi piace la cucina, ma solo se ai fornelli c’è mia mamma (sorride)”.

Cosa fanno i suoi genitori?

“Mio padre ha smesso di lavorare: faceva un mestiere duro, appena diventati professionisti noi figli abbiamo deciso di occuparci dei nostri genitori. Mamma lavora all’ospedale di Cuneo: non ha voluto lasciare, perché è un impegno che va al di là del lavoro, ha a che fare col sociale”.

 A un senegalese, cosa direbbe dell’Italia?

“Che è un bellissimo paese, che però non sa apprezzarsi e farsi apprezzare. Ha un’infinità di bellezze, naturali e storiche, quasi sempre inespresse e poco valorizzate”.

E’ un paese razzista, come qualcuno pensa?

“Gli ignoranti ci sono, come ovunque: ma non è un paese razzista”.

Mai vissuti episodi spiacevoli?

“Ad Avellino è accaduto alla fine della partita col Brescia: come dissi allora, meglio non dare attenzione a certe persone. Poi ne ricordo in altro, quando avevo 8 anni, ma l’Italia non c’entra. Giocavamo contro i ragazzini del Monaco, qualcuno mi insultò per il colore della palle. Ignoranza più che razzismo: la Francia come l’America è piena di africani, gente che ha dato un grande contributo alla storia di quel paese, insultare un africano non può essere che frutto di ignoranza”.

Okaka ha dichiarato: essere di colore mi ha creato problemi in carriera. A lei?

“Un po’ sì, ma non per questioni razziali. E’ un fatto di pregiudizi: i portieri africani non sono ritenuti affidabili. L’aspetto assurdo è che anche gli addetti ai lavori sono vittime di questo pregiudizio. Perché io sono africano, ma calcisticamente di scuola italiana, da quel punto di vista non c’entro nulla col mio paese d’origine”.

Sa che l’idolo di Buffon è un portiere africano come N’Kono?

“Sì, lo so”.

E’ anche il suo idolo?

“No, perché troppo lontano nel tempo. Sono cresciuto ammirando Schmeichel, ma pure Kahn, che era brutto a vedersi quanto efficace. Ora il migliore è Neuer, che incarna la perfezione del portiere moderno”.

E il suo giocatore senegalese preferito?

“Diouf, bravissimo e pazzo (ride)”.

Ha già giocato in azzurro, in nazionali giovanili: se la chiamasse il Senegal?

“Risponderei: presente”.

Il suo obiettivo sportivo?

“Difficile dirlo: può essere la serie A, la Champions League, il Mondiale. Ma può darsi che la mia dimensione resti la serie B. Solo il tempo dirà a cosa potrò aspirare”.

Una squadra in cui le piacerebbe giocare?

“Per ora mi godo l’Avellino, con cui provare a raggiungere uno degli obiettivi elencati”.

Ma se dovesse spiccare il volto verso il grande calcio

“Sarebbe bello tornare al Torino, per una questione affettiva:  è stata la mia casa da ragazzino. Poi ho un debole per l’Arsenal, per quella maglia, per il progetto che porta avanti, lavorando con i giovani, sempre con lo stesso allenatore. E’ club di fascino, un vero mito. In più ci ha giocato Vieira, che ha origini del Senegal e per il Senegal ha fatto tanto in termini di progetti benefici”.

La continuità tecnica, una chimera per il calcio italiano?

“Qui si vuole tutto e subito, quando le cose non vanno si cambia, per volere del club o per pressioni dei tifosi. Ferguson al Manchester è rimasto una vita, creando davvero una famiglia: ho letto la sua biografia, la consiglio”.

Legge molto?

“Sì, ma non solo di sport. Coelho, ad esempio”.

Ora cosa vorrebbe leggere?

“Una biografia di Muhammad Alì: lo conosco come atleta, non come uomo. Ma sono curioso, perché so quel che è stato capace di fare”.

Sul suo profilo Facebook c’è una frase di Nelson Mandela (Rendo grazie a qualunque Dio ci sia per la mia anima invincibile, sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima): è lui il suo esempio di vita?

“Sì, è stato un uomo eccezionale, capace di perseguire i suoi obiettivi restano sempre sereno, nonostante tutto quel che ha subito, senza mai cercare vendetta, ma solo pacificazione, e dimostrando che se si vuole si può sconfiggere tutto. Io non ce l’avrei fatta: questione di carattere”.

Si riconosce più in altri?

“Forse in Malcom X, che è stato più estremo”.

Cosa pensa di Balotelli?

“Non è uno stupido, come certa gente pensa. Mi spiace solo che non riesca a incanalare in senso positivo la sua grande esposizione mediatica”.

E’ religioso?

“Sì, cattolico”.

E’ sempre così aperto e disponibile?

“I miei genitori me lo hanno insegnato: tutte le persone insegnano qualcosa. Dialogo e apertura sono fondamentali”.

Ma il suo ruolo le impone la solitudine: che sensazioni si provano?

“Ho imparato a liberare la mente quando sono in porta: me lo ha insegnato Angelo Bellucci, il primo vero allenatore dei portieri che ho avuto”.