Rossi-Doria, il riformatore che l’Irpinia

Rossi-Doria, il riformatore che l’Irpinia

25 maggio 2020

Il 25 maggio del 1905 nasceva il grande meridionalista. Frammenti del suo rapporto con la Provincia di Avellino nella nota di Luigi Caputo:

“Quando Manlio Rossi- Doria viene candidato dal PSU, in provincia di Avellino, nel 1968, nel collegio di
Sant’Angelo dei Lombardi, è lontano dalla politica attiva da molti anni. Le sue ultime esperienze di militanza
risalgono alla fine degli anni ’40, nel Partito d’Azione, scioltosi nel 1947. Sarebbe fin troppo semplice – e
quindi semplicistico – rappresentare l’itinerario politico di Rossi- Doria come un percorso che va dal
comunismo della gioventù al socialismo dell’età matura, intervallato dalla parentesi nel Partito d’Azione.
Semplicistico perché, stanti il coinvolgimento e l’ intensità con cui egli vive queste tre fasi, ognuna di esse
rappresenta per lui un Erlebnis, una esperienza di vita destinata a lasciare una traccia profonda sullo
sviluppo successivo della sua biografia e della sua personalità. Così la militanza comunista, maturata a
Napoli nell’ambito dello straordinario sodalizio umano ed intellettuale con Giorgio Amendola ed Emilio
Sereni, è fondante non solo perché coincide in larga misura con l’esperienza del carcere fascista ma anche
perché incentiva l’attitudine di Rossi-Doria all’analisi della realtà concreta e all’organizzazione; la fase
azionista è centrale perché anche in Rossi-Doria, come in tanti altri esponenti di questo movimento,
l’azionismo si sostanzia e lascia il retaggio di una particolare forma mentis etico-politica; il periodo
socialista è significativo in quanto segna un approdo istituzionale e nel contempo l’incarnazione di un
progetto più ampio, quello della terza forza socialista, e di quello che sarà il suo fallimento.
Sarebbe inoltre riduttivo circoscrivere l’impegno politico di Rossi- Doria alla sua dimensione partitica: per
lui anche la politica del mestiere, a cui si dedica a tempo pieno dal 1947 ( quale principale animatore della
riforma agraria in Calabria, oltre che del Centro di specializzazione collegato con la Facoltà di Agraria di
Portici, dove mantiene a lungo l’insegnamento di Economia e Politica Agraria), rappresenta la prosecuzione
della politica in un’ altra forma, in cui l’impegno personale non può essere scisso da una valutazione dei
risultati concretamente conseguiti. Ciò anche se la “politica del mestiere” non assicura certo visibilità
presso le masse popolari. Così quando accetta la candidatura offertagli da Nenni, Rossi – Doria viene a
trovarsi nella curiosa situazione di chi conosce bene la realtà in cui deve presentarsi, in virtù della sua
esperienza di ricercatore e studioso della realtà meridionale, ma è scarsamente conosciuto dall’elettorato.
La vivida descrizione di Antonio Aurigemma rende efficacemente lo spirito con cui egli affronta
quell’”avventura improbabile”, evidenziandone nello stesso tempo il peculiare tratto umano: “Lo conobbi
nel ’68 sulla piccola aia di una masseria di Lioni. Lui seduto su una sedia di paglia, al centro, e tutt’intorno
una corona di contadini, interessati e rispettosi, quasi increduli, a sentir parlare ‘il professore’ col linguaggio
semplice, trasparente, di chi conosceva, fin nei particolari, i loro problemi. Una campagna elettorale, la sua,
in un collegio da sempre interdetto ai socialisti, che fu alacre ed umile come una predicazione. Ma che,
contro tutti i pronostici, risultò vittoriosa. Aveva rotto tutti gli schemi classici del codice elettoralistico, in un
collegio del profondo Sud. Aveva assicurato, senza protervia ma con la semplice giustificazione che certe
cose non si debbono fare e che, comunque, lui non sarebbe riuscito a farle, che non si sarebbe interessato di
alcun caso personale, che non sarebbe mai stato postino di raccomandazioni per il Palazzo. Aveva spiegato
le battaglie, piccole e grandi, a cui avrebbe legato, se eletto, la sua presenza parlamentare. E avevo vinto,
non tanto e non solo per le convinzioni che aveva costruito, ma per quel fascino sottile di santo laico che sa,
8analizza, propone, senza cedere una virgola alla demagogia e all’improvvisazione. La sua intransigenza
morale era quella di un sacerdote della ragione: mai insofferente, sempre disponibile al confronto, mai un
cedimento alle opportunità contingenti. Quel suo stile severo era una lezione continua: sommessa,
insinuante, convincente, che gli guadagnava il rispetto, a volte scettico, di tutti ma che, incredibilmente,
trovava la strade dell’animo popolare”. Il senatore di Sant’Angelo descrivera’ gli anni dei governi di centro-
sinistra di quella legislatura – segnata da grandi conquiste civili e sociali sull’onda delle grandi lotte
operaie e studentesche, ma anche dal cruento esordio della strategia della tensione – fra i più duri e difficili
della nostra Repubblica” a causa del “ braccio di ferro tra progressisti e reazionari durato dal primo all’

ultimo giorno”. Eletto presidente della Commissione Agricoltura del Senato, partecipa alla elaborazione di
importanti provvedimenti, come la legge per la montagna e l’ inchiesta parlamentare sui problemi della
difesa del suolo; la battaglia a cui lega maggiormente il suo nome è comunque la nuova legge per l’affitto
dei fondi rustici, per la quale deve vincere robuste resistenze conservatrici presenti soprattutto all’interno
della DC. La sua presenza è assidua non solo nei Comuni del collegio, ma anche nel capoluogo, dove
partecipa con la consueta ricchezza di proposte all’attività della Federazione del PSI. Così accetta anche, nel
1970, la candidatura al Consiglio Comunale di Avellino, dove, pur in un lasso di tempo breve (si dimettera’
nel 1972) è protagonista di accesi dibattiti, in particolare con De Mita, anch’egli all’epoca consigliere ad
Avellino.
È in questa fase che, nella sua duplice veste istituzionale, si impegna nella risoluzione di numerose
vertenze territoriali, tra cui quella, lunga e complessa, dei lavoratori della Società Filoviaria Irpina, in
sciopero dall’ottobre al dicembre del 1969. E’ il senatore a dare notizia, in un messaggio indirizzato a mio
padre, che aveva preso parte alla trattativa in qualità di rappresentante sindacale, dell’ avvenuta nomina
del commissario straordinario, con la quale si sancisce l’acquisizione dell’azienda da parte della Regione
Campania, che vuol dire sopravvivenza del trasporto pubblico urbano in provincia di Avellino e, con esso, la
salvaguardia dei posti di lavoro. Anche nelle poche righe di quella nota si coglie quella esigenza, tutta
rossidoriana, di non lasciare mai una cosa a mezzo, di tramutare l’impegno in risultato e, soprattutto, di
rendere sempre conto del proprio agire.
Rieletto nel 1972 al Senato con il solo PSI ( si era intanto verificata, nel 1969, la scissione
socialdemocratica) è costretto alle dimissioni nel 1975 dalle cagionevoli condizioni di salute. Ritorna in
Irpinia all’indomani del sisma del 1980, percorrendo in lungo e in largo l’area del cratere e affidando le sue
idee per la ricostruzione a un istant book realizzato insieme ai collaboratori del centro di Portici:
“Situazione, problemi e prospettive dell’area più colpita dal terremoto del 23 novembre 1980”, nel quale
raccomanda, ancora una volta inascoltato, di basare la ricostruzione sul principio di partecipazione delle
popolazioni interessate. Assenza di coinvolgimento delle masse popolari: il medesimo fattore che aveva
individuato come causa principale del fallimento della riforma agraria degli anni Cinquanta.
Ad Avellino è legato uno dei suoi ultimi interventi pubblici, il contributo inviato in occasione del convegno
nazionale su Guido Dorso del novembre 1987 su “Le trasformazioni meridionali e la lezione di Dorso”, sorta
di testamento spirituale e omaggio al vecchio amico troppo presto strappato all’impegno civile, certo, ma
anche implicita conferma del cardine del meridionalismo moderno, che egli, convinto propugnatore di
una politica delle riforme, non esita ad appellare “meridionalismo rivoluzionario”: quello di Dorso,
appunto, di Salvemini, di Gramsci, i quali, ognuno naturalmente dalla propria prospettiva politica e
culturale, avevano sostenuto la necessità della trasformazione dei rapporti sociali, contribuendo ad imporre
la questione meridionale come grande tema nazionale.
Quando il meridionalismo è uscito fuori dal lessico politico corrente per scivolare nel girone delle parole
interdette, la condizione del Mezzogiorno ha subito un grave arretramento sia dal punto di vista socio-
economico, che culturale. Al meridionalismo si è sostituito, nel dibattito e ancor più negli umori
dell’opinione pubblica, il sudismo, agglomerato confuso e contraddittorio di sentimenti e risentimenti,
destinato a sfociare in un atteggiamento recriminatorio fine a se stesso quando non addirittura in aperto
rimpianto per un’età dell’oro in realtà mai esistita. Oggi, quando si parla di meridionalismo, non si tratta
certo di evocare un’ espressione linguistica, ma di ricostruire e rilanciare una cultura politica che implica
una certa idea del nostro Paese e al tempo stesso ne travalica i confini, proponendosi come strumento di
una più ampia battaglia di liberazione di tutti i Sud del mondo”.